Dove l'aria è più tersa
Mostra con Giuseppe Tarelli realizzata nella saletta d'arte del comune di Aosta con il patrocinio del comune di Aosta e della Fiaf (progetto Agrosfera), esposta dal 16 al 31 agosto 2026.
ABSTRACT
La mostra è costituita da 30 foto in bianco e nero 30x40 (cornici 40x50). Le foto raccontano la vita in alpeggio di una famiglia valdostana (nonni genitori e nipoti) nella loro vita quotidiana e durante le ore di duro lavoro per produrre la fontina.
Colophon
In Valle d’Aosta a fine maggio gli allevatori conducono le mandrie dal fondovalle fino ai pascoli a 1600-2000 metri: non una necessità, ma un’antica tradizione legata ai ritmi naturali della montagna. In alpeggio le condizioni climatiche favoriscono una produzione di latte di qualità superiore perché l’erba è fresca, aromatica, ricca di fiori alpini: da questo latte nasce la pregiata “Fontina d’Alpeggio”, saporita e profumata. Mentre le mucche pascolano in quota, nel fondovalle si fà la fienagione per la riserva invernale. La baita degli alpigiani, semplice ma funzionale (comprende un unico locale adibito a soggiorno e cucina, camere e servizi) permette di riposare, cucinare e mangiare presso le stalle. La caseificazione avviene in un laboratorio attrezzato accanto al magazzino. La vita d’alpeggio richiede molti sacrifici, perché per oltre tre mesi gli allevatori vivono isolati lavorando duramente. La loro giornata inizia alle quattro con la mungitura, seguita dalla pulizia degli strumenti e dalla lavorazione del latte. Mentre il casaro produce la fontina, il pastore porta le mucche al pascolo e gli altri puliscono le stalle. A mezzogiorno le mucche rientrano dal pascolo per ruminare e riposare, poi nel primo pomeriggio il ciclo di lavoro riprende come al mattino. La giornata non termina prima delle dieci di sera, quando l’ultima forma di formaggio è sistemata in magazzino. Le fontine sono conservate qui per qualche giorno, poi portate a valle per la stagionatura. Per facilitare i rifornimenti e il trasporto del formaggio, oggi molti alpeggi sono raggiungibili in auto.
A fine agosto, con il calo delle temperature, i bovini vengono trasferiti nell’alpeggio di mezzo, ad un’altitudine inferiore di qualche centinaio di metri. A fine settembre gli alpigiani tornano a valle con la “desarpa”, la tradizionale giornata che celebra la fine della stagione in alpeggio da festeggiare con la famiglia e gli amici. Durante le passeggiate in Valle abbiamo visto molti alpeggi abbandonati, ma solo dopo la conoscenza con Attilio e la sua famiglia ne abbiamo compreso a fondo il motivo: la vita in alpeggio richiede enormi sacrifici. Ma l’abbandono degli alpeggi comporta non solo la perdita della fontina, ma gravi danni all’ambiente montano, come l’aumento delle acque superficiali, l’erosione dei versanti, il rischio di frane. Lo spopolamento delle montagne porta all’abbandono dei villaggi e al degrado delle mulattiere.
Quando noi eravamo bambini molti giovani valdostani passavano le vacanze in alpeggio, mantenendo vivo il legame con la tradizione. Con la globalizzazione questa consuetudine è scomparsa. Oggi molti alpeggi attivi sono in mano a lavoratori stagionali stranieri, meno legati alla tradizione e spesso poco motivati, con il rischio di ulteriori abbandoni. Attilio, con la moglie Milva e la famiglia (i figli Alain, Alex con Nicole e i loro tre bambini, Henry, Joseph e André ) gestisce una mandria di circa cento vacche nell’alpeggio di famiglia a 2000 metri, dove produce un’ottima fontina. Fa parte della famiglia anche il terzo figlio, Daniel, che con Denise d’estate resta a curare i pascoli in fondovalle. Nei loro occhi si leggono l’amore per la montagna, il rispetto per gli animali, l’orgoglio per il lavoro e un forte senso di appartenenza familiare. È una fortuna che valdostani come Attilio e Milva mantengano viva la tradizione, trasmettendola ai figli e ai figli dei figli, che fin dalla nascita trascorrono le vacanze in alpeggio. Senza questo legame fin dalla tenera età, sarà difficile dedicarsi a questo lavoro da adulti perché la tradizione, la dedizione e l’amore per l’alpeggio si imparano da piccoli. Il reportage documentario nasce da un progetto fotografico iniziato nell’estate del 2021 e terminato nel 2023 nell’alpeggio di Attilio. Nel silenzio delle montagne, ad oltre un’ora di fuoristrada dal negozio più vicino, abbiamo seguito la loro attività e osservato come Henry e Joseph, i nipotini di Attilio, vi trascorrano l’estate tra gioco e studio, lontani dai coetanei e dalle comodità del fondovalle, ma appagati dallo stile di vita semplice in mezzo a una natura meravigliosa e dall’amore per gli animali. A fine agosto abbiamo assistito al trasferimento degli armenti all’alpeggio di mezzo, poi, a fine settembre alla “desarpa” e infine, a dicembre,anche alla nascita di un vitellino nella stalla invernale.
Alessandra Marucco
Mostra con Giuseppe Tarelli realizzata nella saletta d'arte del comune di Aosta con il patrocinio del comune di Aosta e della Fiaf (progetto Agrosfera), esposta dal 16 al 31 agosto 2026.
ABSTRACT
La mostra è costituita da 30 foto in bianco e nero 30x40 (cornici 40x50). Le foto raccontano la vita in alpeggio di una famiglia valdostana (nonni genitori e nipoti) nella loro vita quotidiana e durante le ore di duro lavoro per produrre la fontina.
Colophon
In Valle d’Aosta a fine maggio gli allevatori conducono le mandrie dal fondovalle fino ai pascoli a 1600-2000 metri: non una necessità, ma un’antica tradizione legata ai ritmi naturali della montagna. In alpeggio le condizioni climatiche favoriscono una produzione di latte di qualità superiore perché l’erba è fresca, aromatica, ricca di fiori alpini: da questo latte nasce la pregiata “Fontina d’Alpeggio”, saporita e profumata. Mentre le mucche pascolano in quota, nel fondovalle si fà la fienagione per la riserva invernale. La baita degli alpigiani, semplice ma funzionale (comprende un unico locale adibito a soggiorno e cucina, camere e servizi) permette di riposare, cucinare e mangiare presso le stalle. La caseificazione avviene in un laboratorio attrezzato accanto al magazzino. La vita d’alpeggio richiede molti sacrifici, perché per oltre tre mesi gli allevatori vivono isolati lavorando duramente. La loro giornata inizia alle quattro con la mungitura, seguita dalla pulizia degli strumenti e dalla lavorazione del latte. Mentre il casaro produce la fontina, il pastore porta le mucche al pascolo e gli altri puliscono le stalle. A mezzogiorno le mucche rientrano dal pascolo per ruminare e riposare, poi nel primo pomeriggio il ciclo di lavoro riprende come al mattino. La giornata non termina prima delle dieci di sera, quando l’ultima forma di formaggio è sistemata in magazzino. Le fontine sono conservate qui per qualche giorno, poi portate a valle per la stagionatura. Per facilitare i rifornimenti e il trasporto del formaggio, oggi molti alpeggi sono raggiungibili in auto.
A fine agosto, con il calo delle temperature, i bovini vengono trasferiti nell’alpeggio di mezzo, ad un’altitudine inferiore di qualche centinaio di metri. A fine settembre gli alpigiani tornano a valle con la “desarpa”, la tradizionale giornata che celebra la fine della stagione in alpeggio da festeggiare con la famiglia e gli amici. Durante le passeggiate in Valle abbiamo visto molti alpeggi abbandonati, ma solo dopo la conoscenza con Attilio e la sua famiglia ne abbiamo compreso a fondo il motivo: la vita in alpeggio richiede enormi sacrifici. Ma l’abbandono degli alpeggi comporta non solo la perdita della fontina, ma gravi danni all’ambiente montano, come l’aumento delle acque superficiali, l’erosione dei versanti, il rischio di frane. Lo spopolamento delle montagne porta all’abbandono dei villaggi e al degrado delle mulattiere.
Quando noi eravamo bambini molti giovani valdostani passavano le vacanze in alpeggio, mantenendo vivo il legame con la tradizione. Con la globalizzazione questa consuetudine è scomparsa. Oggi molti alpeggi attivi sono in mano a lavoratori stagionali stranieri, meno legati alla tradizione e spesso poco motivati, con il rischio di ulteriori abbandoni. Attilio, con la moglie Milva e la famiglia (i figli Alain, Alex con Nicole e i loro tre bambini, Henry, Joseph e André ) gestisce una mandria di circa cento vacche nell’alpeggio di famiglia a 2000 metri, dove produce un’ottima fontina. Fa parte della famiglia anche il terzo figlio, Daniel, che con Denise d’estate resta a curare i pascoli in fondovalle. Nei loro occhi si leggono l’amore per la montagna, il rispetto per gli animali, l’orgoglio per il lavoro e un forte senso di appartenenza familiare. È una fortuna che valdostani come Attilio e Milva mantengano viva la tradizione, trasmettendola ai figli e ai figli dei figli, che fin dalla nascita trascorrono le vacanze in alpeggio. Senza questo legame fin dalla tenera età, sarà difficile dedicarsi a questo lavoro da adulti perché la tradizione, la dedizione e l’amore per l’alpeggio si imparano da piccoli. Il reportage documentario nasce da un progetto fotografico iniziato nell’estate del 2021 e terminato nel 2023 nell’alpeggio di Attilio. Nel silenzio delle montagne, ad oltre un’ora di fuoristrada dal negozio più vicino, abbiamo seguito la loro attività e osservato come Henry e Joseph, i nipotini di Attilio, vi trascorrano l’estate tra gioco e studio, lontani dai coetanei e dalle comodità del fondovalle, ma appagati dallo stile di vita semplice in mezzo a una natura meravigliosa e dall’amore per gli animali. A fine agosto abbiamo assistito al trasferimento degli armenti all’alpeggio di mezzo, poi, a fine settembre alla “desarpa” e infine, a dicembre,anche alla nascita di un vitellino nella stalla invernale.
Alessandra Marucco

















































